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Wolverine
15-10-2009, 20:32
Una tristezza infinita, uno squallore raro, una rabbia latente. E' un miscuglio di sensazioni negative quelle provocate dal cosiddetto "papello" in sintesi una sorta di contrattazione, un contatto atipico per modalità e riconoscimenti indiretti a rappresentare un sud sotto scacco da organizzazioni criminali, il punto di incontro mai dichiarato ma palesato nelle impossibilità di voler combattere seriamente il fenomeno criminale, tra la mafia e lo Stato, lo Stato, quello che oggi vorrebbe convincere me e migliaia di persone che il sud ed il suo riscatto passano solo e soltanto dalla capacità di reagire... e non coadiuvato da una seria risposta, aggressiva quanto basta per estirpare con intelligenza investigativa pochi porci che hanno inquinato l'inquinabile.
Non provo nemmeno ad immaginare cosa provano le mogli, i mariti, i figli, di uomini di scorta saltati per aria, dilaniati dal tritolo, di magistrati con la vocazione per il rispetto delle leggi alla luce di certe conferme come quelle sopra.
C'è da chiedersi se valga la pena lottare, lottare e reagire, o rinunciare per sempre a sentirsi cittadino di una nazione che ha venduto per potere politico ed economico milioni di cittadini al proprio destino nelle mani di poche individuabili e perseguibili bestie.
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SickBoy83
15-10-2009, 20:47
La mafia è la cosa più schifosa di questo paese..evito di finire in discorsi banali..ma la cosa che mi fa più rabbia è questa classe politica che non pone mai tra i primissimi obiettivi, la lotta alla mafia. Nei loro programmi, nei loro discorsi..non viene quasi mai citata.
frodoflynn
15-10-2009, 21:41
una nazione che ha venduto per potere politico ed economico milioni di cittadini al proprio destino nelle mani di poche individuabili e perseguibili bestie.
Condivido mille volte la tua indignazione (o se preferisci: il tuo sgomento), però la frase che ho quotato, secondo me, nasconde in parte la corresponsabilità di milioni di cittadini che hanno scelto di votare sempre il politico più 'comodo', e non perché avevano una pistola puntata alla tempia.
Experience
15-10-2009, 22:43
Io credo che questo è un fardello che l'Italia non potrà mai liberarsi.
Quando il potere politico e quello criminale si scambiano favori c'è poco da sperare. Bisogna ribellarsi, come ha fatto:Saviano, Don Peppino Puglisi, Peppino Impastato, ed altri ancora.
Solo che si paga questa denuncia, vivendo come talpe e quindi scortate, o direttamente con il sangue.
Experience
16-10-2009, 08:56
Ecco come si finisce: senso di solitudine (http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/viano-scorta/senso-solitudine/senso-solitudine.html)
edit: chi ha tempo lo legga: da brivido.
Wolverine
16-10-2009, 12:21
fonte: strill.it
Ponte sullo Stretto: l'ultima volta fu guerra di mafia (http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=51544%3Aponte-sullo-stretto-lultima-volta-fu-guerra-di-mafia&catid=65%3Anotizie-tempo-reale-calabria&Itemid=119) Venerdì 16 Ottobre 2009 00:55 http://www.strill.it/images/foto/strettodimessina1.JPG
di Claudio Cordova - “Fratelli di sangue”, di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, pagina 65: “A infuocare gli animi era stato il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto, ma anche l’influenza dei De Stefano
ad allargare la loro influenza su Villa San Giovanni, territorio degli Imerti”.
Poche righe, per spiegare un fatto difficile da spiegare.
L’11 ottobre del 1985 è un venerdì, sono le 19.10. Nella centrale via Riviera di Villa San Giovanni, a pochi metri dalla caserma della Guardia di Finanza, c’è una Fiat 500. E’ parcheggiata accanto all’automobile blindata di Nino Imerti, il boss che controlla Villa San Giovanni. Nessuno, probabilmente, nota quella Fiat 500, un’automobile come tante altre, parcheggiate in una delle zone più frequentate di Villa San Giovanni. Quell’auto, però, non è un’auto come le altre. Nino Imerti e i suoi uomini di scorta non lo sanno, ma quella Fiat 500 è imbottita di esplosivo.
Nino Imerti si salverà miracolosamente, moriranno alcuni suoi guardaspalle. Due giorni dopo, però, la risposta sarà dirompente e lascerà sull’asfalto Paolo De Stefano, il boss dei boss di Reggio Calabria, ucciso nel proprio regno, nel rione Archi.
Comincia così la seconda guerra di mafia di Reggio Calabria: nell’estate del 1991, quando si concluderà, si conteranno quasi seicento morti.
Perché Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, in “Fratelli di sangue”, una piccola enciclopedia sulla ‘ndrangheta, attribuiscono l’inizio delle ostilità ai lavori del Ponte e agli appetiti della famiglia De Stefano su Villa San Giovanni, dove dovrebbe poggiare uno dei pilastri dell’opera?
Dell’idea di collegare Sicilia e Calabria si parla fin dall’antichità. La prima proposta di realizzazione di un ponte è datata 1866, allorquando il Ministro dei Lavori Pubblici Jacini incarica l’ingegnere Alfredo Cottrau, tecnico di fama internazionale, di studiare un progetto di ponte tra le due sponde.
Perché, nel 1985, una recrudescenza dei contrasti mafiosi così tragica?
Nel 1982 il Gruppo Lambertini presenta alla neonata società concessionaria, la Stretto di Messina S.p.A., il proprio progetto di ponte. Nello stesso anno il ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Claudio Signorile, annuncia la realizzazione di “qualcosa” “in tempi brevi”. Due anni più tardi si ripresenta agli italiani con una data precisa: “Il ponte si farà entro il ‘94”. Nel 1985 il presidente del consiglio Bettino Craxi dichiara che il ponte sarà presto fatto. La Stretto di Messina S.p.A. il 27 dicembre 1985 definì una convenzione con ANAS e FS.
Ecco, 1985.
Le cosche calabresi cominciano a farsi la guerra anche a causa del ponte.
E questo non lo dicono soltanto, benché siano fonti autorevoli, Antonio Nicaso e Nicola Gratteri in “Fratelli di sangue”. Non lo dice soltanto, a pagina 143 del suo “Processo alla ‘ndrangheta”, lo studioso Enzo Ciconte: “A quanto pare la guerra era da mettere in relazione agli appalti pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione del ponte sullo stretto di Messina che avrebbe dovuto collegare stabilmente le sponde della Calabria e della Sicilia”.
Lo dicono le sentenze.
Tribunale di Reggio Calabria, “Ordinanza-Sentenza contro Albanese Mario + 190”, Reggio Calabria, 1998, p. 312: “Tra le ragioni alla base della “guerra di mafia” che ha interessato l’area di Reggio Calabria tra il 1985 e il 1991, sembra esserci anche il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto”.
Lo dice anche un collaboratore di giustizia, Filippo Barreca, parlando con il sostituto procuratore Bruno Giordano (lo stesso che, a capo della Procura di Paola, ha indagato e sta indagando, sulle “navi a perdere” e sulle scorie radioattive nel torrente Oliva) degli interessi di Cosa Nostra affinché a Reggio si stipulasse la pace. Le dichiarazioni di Barreca, rese l’11 novembre del 1992, saranno utilizzate proprio nell’ambito del maxiprocesso Olimpia: “L'interesse a che fosse ristabilita la pace in provincia di Reggio Calabria scaturiva da una serie di motivazioni, alcune di ordine economico (pacchetto Reggio Calabria e realizzazione del ponte sullo Stretto)”.
Proprio ieri, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, ha dichiarato: “I lavori del Ponte sullo Stretto di Messina inizieranno il 23 dicembre di quest’anno e termineranno nel 2016”.
Huskebasi
16-10-2009, 12:45
Per fare le fondamenta del ponte...saranno costretti a spostare i cimiteri che si creeranno.
Experience
16-10-2009, 12:50
Ecco come si finisce: senso di solitudine (http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/viano-scorta/senso-solitudine/senso-solitudine.html)
edit: chi ha tempo lo legga: da brivido.
Lo posto in due parti, pt1:
Io, la mia scorta
e il senso di solitudine
di ROBERTO SAVIANO
"LO VEDI, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo". Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso. Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una frattura è forte.
Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso. Società civile, forze dell'ordine, magistratura. Ognuno con i suoi ruoli e compiti. Ma uniti. Purtroppo riscontro che non è così. So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né le figure istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale impegno unitario. Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni: all'arma dei Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi "noi ci saremo sempre".
Mi ha difeso l'Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario. Mi ha difeso il mio giornale. Mi hanno difeso i miei lettori.
Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un grande quotidiano se ne è fatto portavoce. Ciò che dico e scrivo è il risultato spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno portavoce. Ma si cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando "tanti lavorano nell'ombra senza riconoscimento mentre tu invece...". Chi fa questo discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale.
Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere. Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento. Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social forum "finalmente qualcuno che sputa su questo buffone". Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra. Non cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli.
Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: "Si uccidono tra di loro", perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena.
Perché così permettiamo all'Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili non destinati a lui. Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.
E serve l'attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere questo genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com'è successo già troppe volte. Che chi "opera" sulle vicende legate alla criminalità organizzata e all'illegalità in generale, continui a farlo, ma in silenzio, concedendo giusto quell'attenzione momentanea che sappia sempre un po' di folklore. E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent'anni del nostro Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani - esposti molto più di me e che prima di me hanno detto verità ora alla portata di tutti - hanno pagato con la vita la loro solitudine. E la volontà di volerli ridurre, in vita, al silenzio.
Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un'altra parte di Napoli e del Sud. Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà di qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al proprio impegno, alle proprie speranze. Molti di loro mi hanno accolto con diffidenza, una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a critiche, ma leali e costruttive. Sono fiero che a starmi vicino siano stati i padri gesuiti che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul territorio con cui abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone singole.
Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla politica campana di entrambe le parti c'è poco da aspettarsi. Sono sempre stato fiero che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono più di morire di cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che negli anni hanno sempre spartito i propri affari con le cosche. Facendo, loro sì, soldi e carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé un consenso acquistato con biglietti da cento euro.
Experience
16-10-2009, 12:51
pt:2
Io, la mia scorta
e il senso di solitudine
di ROBERTO SAVIANO
È stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l'attenzione sui fatti di camorra. È stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente di "condanna a morte". Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere chieste.
Ho dovuto esibire le prove dell'inferno in cui vivo. Ho esibito, come richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha detto "c'è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta". I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità? Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o meno darmi la scorta.
Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare questo sputare ognuno nel bicchiere dell'altro? Dal momento in cui mi è stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza.
Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione. Sento questo odio silenzioso che monta intorno a me crea consenso in molte parti
Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non migliore, almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi o carriera.
Ma mi viene chiesta anche l'adesione a un "codice deontologico", come ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali regole? Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare. E non avrò mai "bon ton" nei confronti delle organizzazioni criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri. I camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati, le forze dell'ordine sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare.
Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo: a ognuno il suo ruolo. La battaglia che porto avanti come scrittore è un'altra. È fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico.
Continuare a vivere in una situazione così è difficile, ma diviene impossibile se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri era un'alleanza importante, giusta e necessaria. So che è molto difficile vivere la realtà campana, ma c'è qualcuno che ci riesce con tranquillità. Io non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle, né me ne sarei mai vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo insulti. Qualcuno dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto riuscendo a passeggiare liberamente con moglie e figli senza conseguenze. Buon per lui che ci sia riuscito. Io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci riuscirò lo giuro.
© 2009 Roberto Saviano. Published by arrangement
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© Riproduzione riservata (16 ottobre 2009) Tutti gli articoli di cronaca
Wolverine
20-10-2009, 11:55
http://www.corriere.it/cronache/09_ottobre_20/mori-processo-mafia-palermo_81ef49f4-bd58-11de-a737-00144f02aabc.shtml
gracekaos
20-10-2009, 12:10
C'è solo una vaga speranza. Vaga, ma c'è.
http://77.95.174.1/~w22286/wp-content/uploads/2009/07/borsellino.jpg
SickBoy83
20-10-2009, 12:22
C'è solo una vaga speranza. Vaga, ma c'è.
http://77.95.174.1/~w22286/wp-content/uploads/2009/07/borsellino.jpg
E' proprio così..se a una battaglia legale non accosti una culturale le cose non cambieranno mai.
C'è da chiedersi se valga la pena lottare, lottare e reagire, o rinunciare per sempre a sentirsi cittadino di una nazione che ha venduto per potere politico ed economico milioni di cittadini al proprio destino nelle mani di poche individuabili e perseguibili bestie.
SI..!!
Ne vale la pena..!
Wolverine
21-10-2009, 12:17
mah, spero tu abbia ragione
mah, spero tu abbia ragione
Guarda che comprendo benissimo le tue perplessità dovute alle continue frustrazioni che tu, più di me, vivi giornalmente.
Ma smettere di credere di poter cambiare significa morire dentro. E questo non è giusto, ma non per gli altri, per i giovani eh..? Non è giusto per noi stessi. Non è giusto per te, e per la fatica e l'impegno che hai impiegato per diventare la bella Persona che sei.
http://www.antoniodipietro.com/2009/10/vi_difendiamo_tutti_da_cuffaro.html?notifica
gracekaos
23-10-2009, 08:54
http://www.antoniodipietro.com/2009/10/vi_difendiamo_tutti_da_cuffaro.html?notifica
:confused: :eek:8#8
gracekaos
23-10-2009, 15:54
:pleasehelp::pleasehelp::pleasehelp::pleasehelp:
PALERMO (23 ottobre) - La trattativa tra la mafia e lo Stato durò almeno fino al 2003-2004 e i referenti politici della mafia sarebbero stati Berlusconi e Dell'Utri. A sostenerlo è stato il pentito Gaspare Spatuzza le cui dichiarazioni sono state
anticipate oggi dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel processo d'appello a carico di Marcello Dell'Utri - senatore del Pdl e uno dei principali collaboratori del premier Silvio Berlusconi - accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Ad informare Spatuzza del dialogo aperto tra pezzi delle istituzioni e mafiosi era stato un boss palermitano di spicco, Giuseppe Graviano, di cui Spatuzza era braccio destro. Il boss riferì in due occasioni dell'esistenza della trattativa al pentito. La prima, dopo la strage di Firenze del '93, in un colloquio che i due ebbero a Campofelice di Roccella. «Voglio precisare - racconta Spatuzza in verbali depositati oggi al processo d'appello nei confronti del senatore Dell'Utri - che quell'incontro doveva essere finalizzato a programmare un attentato ai carabinieri da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla Sicilia. Graviano per rassicurarci ci disse che da
quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c'era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva».
«Questa affermazione - ha aggiunto - mi fece intendere che c'era una trattativa che riguardava anche la politica. Da quel momento io dovevo organizzare l'attentato ai carabinieri ed in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico». Il pentito si riferisce al progetto di attentato da fare fuori dallo stadio romano in cui sarebbero morti oltre 100 carabinieri, poi fallito.
Il secondo incontro tra Graviano e Spatuzza, in cui si sarebbe parlato di rapporti tra mafia e politica è del gennaio del '94. I due si vedono nel bar Doney, in via veneto a Roma. «Graviano - racconta Spatuzza - era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro "cristi" dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri». «Io non conoscevo Berlusconi - aggiunge - e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell'Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l'espressione "ci siamo messi il Paese nelle mani"».
Dopo l'incontro Spatuzza ebbe il via libera per l'attentato all'Olimpico, che, secondo i pm, avrebbe dovuto riscaldare il clima della trattativa. L'attentato poi fallì e non si riprogrammò perché i Graviano vennero arrestati. La prova che la trattativa sarebbe proseguita fino al 2004 Spatuzza la evince da un colloquio avuto con Filippo Graviano, fratello di Giuseppe, nel 2004. I due ebbero un incontro nel carcere di Tolmezzo, in cui erano detenuti. «Graviano mi disse - spiega - che si stava parlando di dissociazione, ma che noi non eravamo interessati. Nel 2004 ebbi un colloquio investigativo con Vigna, finalizzato alla mia collaborazione che, però, io esclusi. Tornato a Tolmezzo ne parlai con Graviano che mi disse: 'se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo
a parlare con i magistratì». Secondo Spatuzza: «fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con
Graviano, era in corso la trattativa. Questo il senso della frase di Graviano».
Il pentito, che collabora con i magistrati dall'estate del 2008, così giustifica il fatto di avere reso queste dichiarazioni solo nei mesi scorsi: «Non ho riferito subito le cose riguardanti Berlusconi perché intendevo prima di tutto che venisse riconosciuta la mia attendibilità su altri argomenti ed anche per ovvie ragioni inerenti la mia sicurezza e per non essere sospettato di speculazioni su questo nome nella fase iniziale, già molto delicata, della mia collaborazione».
Stamani il procuratore generale, che avrebbe dovuto concludere la requisitoria, ha chiesto invece a sorpresa lo stop del dibattimento e la riapertura dell'istruttoria. Il magistrato ieri ha ricevuto infatti dalla procura il verbale dell'interrogatorio di Spatuzza, nel quale ci sono elementi di accusa nuovi a carico dell'imputato. Il pg, che ha ritenuto rilevante e assolutamente necessaria la nuova prova, ha chiesto dunque la sospensione della discussione e l'esame di Spatuzza e dei boss Giuseppe e Filippo Graviano. La corte d'appello di Palermo deciderà il 30 ottobre se sospendere la discussione, ormai giunta alle battute finali.
«È un'assurdità così grossa che non ha bisogno di commenti, è una cosa allucinante», ha commentato Dell'Utri. «Non ho mai visto nella mia vita i fratelli Graviano - ha aggiunto Dell'Utri - e non ci ho mai parlato per telefono, ho già detto nel processo di primo grado con chi ho parlato. Si dice che i Graviano siano coloro che hanno raccomandato i giocatori di calcio tra cui D'Agostino, ma non direttamente attraverso me bensì con un uomo di calcio che io conoscevo perché era il vicepresidente della Juventina, tale Pippo Barone, un commerciante di tessuti di Palermo. Mi chiamò per dirmi che era un "bravo ragazzo, perché non lo fai provare al Milan?"».
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